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ASSALTO AL GARDEN DI GALBADIA
- Parte
1
 
Nella sontuosa presidenza del Garden di Galbadia una lucetta rossa prese a lampeggiare accompagnata da un trillo acuto. Dodonn sovrappensiero premette il pulsante dell'interfono. Non avrebbe mai immaginato che una nuova guerra si sarebbe scatenata proprio lì nel suo "regno"; non così presto dopo soli due anni. Non che temesse la sconfitta, aveva piena fiducia nei suoi studenti. Erano stati ben istruiti, la loro disciplina era stata forgiata con il bastone e il pugno di ferro. I suoi SeeD avrebbero difeso il Garden a costo della loro stessa vita.
Eppure non poteva fare a meno di provare una certa inquietudine. La ferita morale che aveva subito due anni addietro ancora bruciava. Irrazionalmente quel clima di guerra gli riportava alla mente un ricordo che avrebbe voluto cancellare: il ricordo di quando, in preda alla disperazione, decise di abbandonare per sempre il Garden di Galbadia.
Due anni prima era stato davvero sul punto di rinnegare il suo passato, ci credette veramente negli ideali pacifisti del Capostazione Dobe. Ma non era in sé in quel periodo. Era stato spodestato, scacciato e strappato via dal suo mondo. Era solo naturale che fosse precipitato in uno stato confusionale e depressivo. Provò addirittura vergogna per ciò che era stato; per ciò che era tornato ad essere. Ma le cose erano cambiate. Non doveva più rendere conto a nessun Supremo. Il Garden era suo ora, suo soltanto.
Disturbato da questi pensieri, Dodonn dovette farsi ripetere due volte il messaggio. Rispose con un laconico "falli entrare" e rilasciò il pulsante dell'interfono, chiudendo così la comunicazione.
Le porte metalliche della presidenza si aprirono automaticamente lasciando passare Jean Jaquemonde, Mir The Great e Valentine Ravel. Dodonn era stato informato del loro imminente arrivo già da tempo, e sulla sua scrivania erano ancora adagiati i dossier relativi all'archeologo e al Capitano.
I SeeD, una volta avvicinatisi al Preside, fecero il saluto militare così come da regolamento. Dodonn si alzò in piedi e, mani dietro la schiena, prese subito parola.
DODONN: Ben tornata, Valentine Ravel, ti stavo aspettando. Ringrazio anche lei, Capitano Jaquemonde, e naturalmente anche lei, signor Mir The Great.
JEAN: Era mio preciso dovere scortare Valentine Ravel sana e salva fino al Garden di Galbadia.
VALENTINE: Ma non ce n'era bisogno...
DODONN: Scusate se vado di fretta, ma non c'è rimasto molto tempo. Seguitemi, le truppe del nemico si stanno avvicinando, il loro attacco è imminente.
JEAN: La difesa è stata organizzata?
DODONN: Non si preoccupi, qui a Galbadia amiamo organizzare ogni cosa sin nel minimo dettaglio, nessun particolare è stato trascurato.
VALENTINE: Allora vinceremo!
DODONN: Ad essere sinceri credo che non ci siano dubbi in proposito, ed è proprio questo che mi preoccupa.
JEAN: Che intende dire?
DODONN: O ci stanno sottovalutando oppure questa è una azione diversiva.
JEAN: Oppure nascondono un'arma segreta. Tu cosa ne pensi, Mir?
Mir non rispose, era sovrappensiero. Fissava un angolo apparentemente vuoto.
JEAN: Mir? Mi stai ascoltando?
MIR: Uhm?
JEAN: Niente, lascia perdere, ma sei sicuro di voler combattere?
MIR (Sorridendo): Naturalmente! Conta su di me!
JEAN: Ok...
Il Preside Dodonn diede un'occhiata sospettosa verso lo strano individuo, ma non si espresse. Per la verità era infastidito dalla presenza sia del Capitano che dell'archeologo. Non aveva bisogno del supporto di un SeeD di un altro Garden, né tanto meno della presenza di un bizzarro civile.
VALENTINE: Ti comporti stranamente Mir...
MIR: Ma cosa dici?! Quei soldati non ci sconfiggeranno mai, li batteremo, e sapete perché? Noi siamo i migliori! Se stiamo uniti niente ci potrà fermare!
JEAN (Non troppo convinto): Sì d'accordo... ci metti sempre troppo entusiasmo...
MIR: Non è mai abbastanza!
DODONN: Seguitemi, saliamo verso una posizione più elevata.
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